sabato 3 ottobre 2015

Recensione- NIER

A cura di Paolo, dello staff di Tales of Nerds.


Il titolo che sto per recensire non è un gioco normale. Se dovessi approcciarmi ad esso come ad un qualunque altro videogame, probabilmente lo liquiderei con un giudizio tendenzialmente negativo. Ma così facendo, non farei altro che dimostrare di non aver per nulla compreso il lavoro dei Cavia. Parliamo di Nier, titolo uscito per Xbox360 e Ps3 nel 2010. La sua storia è alquanto controversa: all'uscita, il titolo è stato distrutto dalla critica, la quale ha insistito su come il comparto tecnico fosse datato rispetto agli standard e su come il ritmo di gioco fosse mal calcolato, con diversi stili di gameplay che finivano per rendere l'opera dei Cavia un'accozzaglia di generi senz'anima. Per fortuna, con l'andare del tempo, una schiera di fan si è sollevata, sostenendo come, in realtà, il titolo fosse una perla, nonostante tutti i suoi problemi tecnici. Ogni particolare in Nier ha infatti un suo perché, compreso il gameplay apparentemente “mal calcolato”; cosa che un recensore dai tempi stretti e abituato ormai a valutare nei videogiochi sempre le medesime caratteristiche (grafica, sonoro, gameplay...) difficilmente è in grado di cogliere.

Un minimo di informazione va fatta: Nier è stato prodotto dai Cavia, lo studio giapponese creatore dei vari Drakengard, che ha a capo uno dei più grandi geni della narrativa videoludica: Yoko Taro. Nier rappresenta infatti la realizzazione dei sogni più oscuri e segreti di Taro: creare un gioco che stravolgesse tutto ciò che l'utente pensa di sapere sui videogames, in particolare i j-rpg. Poco importa, per il direttore giapponese, che voi siate d'accordo o meno con il suo modo di pensare: giocare Nier significa stare alle sue regole, che lo vogliate o no. E vuol dire anche sopportare un po' di frustrazione, se si vuole arrivare fino alla fine. Fa parte dell'esperienza, ma, fidatevi, se apprezzate le belle trame, ne vale la pena.

Un'estate innevata in un mondo post-apocalittico.
Descrivere la trama di Nier senza spoiler è un'impresa praticamente impossibile, tant'è che lo farò in un articolo dedicato. Vi basti sapere che il titolo è ambientato in un mondo che circa 1300 anni dopo una crisi che ha minacciato l'estinzione dell'umanità, questa è dovuta ritornare ad una società medievale per poter sopravvivere. Voi impersonate un nerboruto uomo di mezz'età a cui dovete dare un nome (operazione importantissima dal punto di vista della trama), la cui figlia, Yonah, è malata e non si accinge a guarire. Il vostro personaggio, che è volutamente l'apoteosi dell'eroe “buono” tipico dei j-rpg, passa le giornate ad aiutare gli abitanti del villaggio in praticamente qualunque lavoro, nella speranza che la figlia migliori. La trama comincia a muoversi quando vostra figlia, spinta da una leggenda popolare, scappa nel tempio perduto (infestato dalle Shades, i nemici del gioco) a cercare dei fiori che si dice guariscano qualunque male. Là incontrate Grimoire Weiss, il libro parlante che vi accompagnerà per tutto il viaggio e che rappresenta la cura per la malattia di vostra figlia. O ,almeno, così credete voi.
La cosa interessante, in questa recensione, non è tanto spoilerarvi la storia (della quale l'unica cosa che dirò è che raramente in Nier vedrete cose felici), quanto, piuttosto, mostrare come questa viene raccontata. La narrativa è infatti il cavallo di battaglia di Nier. Ogni cosa all'interno del titolo ha il suo perché: Yoko Taro vi farà credere sempre ciò che vuole lui, godendo probabilmente mentre voi tentate invano di crearvi una teoria di quanto sta accadendo, sempre errata e parziale ovviamente. Ad esempio: il fatto che le Shades sanguinino dopo aver subito un attacco da parte vostra ha una motivazione. Così come il fatto che esse siano inizialmente pacifiche e che poi, col proseguire dell'avventura, diventino man mano più aggressive. Non è infatti un errore di programmazione il fatto che all'inizio esse non vi attacchino. Ma cosa sono le Shades? Difficilmente, per gran parte del gioco vi soffermerete a chiedervelo. Sono i nemici, vanno sconfitti. Oppure il fatto che Kainé, uno dei personaggi che vi accompagna durante l'avventura, sia presentata come la classica ragazza dei j-rpg (riprendendo, ma solo apparentemente,l'archetipo “tsundere”) poco vestita e tendenzialmente scontrosa; mentre in realtà entrambe queste cose hanno una ragione di esistere, e rendono il personaggio uno dei più belli mai creati per un videogioco (potete vedere la sua storia in questo video. La vostra pazienza sarà ampiamente premiata). Oppure perché Weiss conosce tantissime informazioni sugli esseri viventi? O come fanno Devola e Popola a sapere sempre quale è il vostro prossimo obiettivo? Insomma il gioco di Taro è quello di provocarvi continuamente, stuzzicare e manipolare i vostri sensi e lo scorrere dei vostri ragionamenti a suo piacimento, sia a livello di gameplay (lo vedremo tra poco) sia a livello di narrativa. Vi capiterà infatti spesso di cambiare la vostra opinione, fino a dubitare, in modo motivato e razionale, della legittimità delle azioni del vostro protagonista. Nier si presenta infatti, a livello di narrativa, un gioiello, una rara prova di bravura da parte di questo sceneggiatore. Il titolo inoltre, se dal punto di vista tecnico risulta deludente, con cali di frame, compenetrazioni poligonali e una resa grafica ben al di sotto della media, si difende estremamente bene grazie ad un comparto artistico di prim'ordine, che rende molti dei paesaggi, nemici, protagonisti ed armi memorabili


Un po' gioco di ruolo, un po' action, un po' bullet hell, un po'...visual novel!?
Il gameplay in Nier si può definire quantomeno...vario. Per la maggior parte del tempo, il titolo si comporta come un normale action-jrpg in tempo reale: vi si pareranno davanti decine di nemici e voi li sconfiggerete con l'alternanza di attacchi, schivate, parate e magia. Non mancano alcune chicche nel sistema di combattimento: abbiamo ad esempio un attacco in grado di sfondare la guardia nemica, diverse tipologie di armi, magie che cambiano in base al fatto che vengano caricate o meno. Le parti più esaltanti restano comunque le boss fight: oltre ad essere alquanto epiche, esse sono varie e richiedono una certa diversità di approcci, a volte privilegiando la magia, altre lo scontro fisico. I combattimenti non sono però l'unica cosa che troverete in Nier. Spesso, infatti, la prospettiva cambierà, trasformando letteralmente il gioco: a volte diverrà un platform 2d, altre uno shooter in terza persona altre ancora in un gioco di ruolo isometrico alla Diablo.
I Cavia sono inoltre dei maestri del “citazionismo videoludico”: sono presenti chiari riferimenti a titolo storici come Resident Evil e The Legend of Zelda o a generi tipicamente giapponesi come i bullet hell e le visual novel. Molto spesso infatti i nemici, soprattutto i boss, lanceranno magie sotto forma di proiettili circolari, creando una miriade di colpi che dovrete schivare o contrattaccare con altre magie; il tutto ovviamente seguendo certi script che si possono apprendere con la pratica. In alcune particolari occasioni invece, il gioco diventa una visual novel: sullo schermo, nero, vedrete comparire solamente le scritte bianche, mentre verrete accompagnati dalle splendide tracce della colonna sonora, accuratamente dosate per dare il giusto pathos alle scene. La qualità di queste ultime è infatti notevole, dando un'ulteriore prova delle capacità narrative di Yoko Taro, che riuscirà ad emozionarvi senza nemmeno un elemento a schermo.
Un ultimo appunto va fatto alle quest secondarie ed alle altre attività collaterali come la pesca. Dunque...queste appaiono estremamente mal calcolate e frustanti. Ad esempio, le missioni sono lunghe, tediose e molto meno remunerative rispetto al semplice “farming”. Lo stesso discorso vale per la pesca, spiegata in un modo dannatamente fuorviante, che deve aver fatto impazzire più di un recensore all'epoca. Apparentemente, queste sembrerebbero delle pessime scelte di game design. Ma anche qui, è tutto voluto. È l'ennesima provocazione dei Cavia, per mostrarvi quanto può essere stupido, ad esempio, mettersi a pescare mentre avete un compito ben più urgente da portare a termine (salvare vostra figlia Yonah!). Solo che, anziché semplicemente dirvelo, preferiscono farvelo provare sulla vostra pelle. Una scelta che va almeno stimata per il suo coraggio. Simpatici eh?


L'apparenza inganna.
È così che si presenta Nier. Un'opera controversa, dalle due anime: da un lato un comparto tecnico e un gameplay discutibili, dall'altro una narrativa eccezionale. Più che per qualunque altro titolo, vale il nostro “motto” che compare in alto sul sito: “Per poter cogliere un'esperienza nel suo insieme occorre approcciarvisi con la mente priva di giudizi. Solo così nasce un'emozione e si sperimenta se stessi”.
Se non si conosce la sua storia, il perché di quel gameplay (una coraggiosa provocazione), il perché di quel comparto tecnico (ai Cavia venne infatti dato un budget ridicolo, col quale riuscirono comunque a fare miracoli, basti vedere la colonna sonora), si è facilmente portati a bollare il titolo come mediocre, prigionieri, come si è, ognuno dei propri schemi. Quello di Yoko Taro è, invece, un gioco “colto”, per i pochi che hanno la pazienza di conoscerlo e apprezzarlo (per vederlo tutto è infatti necessario giocarlo almeno tre volte: i primi due finali sono una presa in giro...ma nel vero finale succede una cosa che va per forza vista), e soprattutto per i giocatori “vissuti”, che, altrimenti, non coglierebbero il pensiero dell'autore. È a questi che consiglio il titolo: Nier è un'esperienza ambigua, capace allo stesso tempo di estasiarvi con la complessità della sua trama e di regalarvi delle frustrazioni; dovute non solo ad alcune meccaniche, ma anche “psicologiche”, in quanto spesso vi ritroverete a fare azioni che ritenete essere sbagliate e causa di sofferenza per gli altri personaggi. Un'enorme provocazione, verso gli stereotipi che vengono ormai da anni riciclati all'interno dei j-rpg, dove l'eroe buono salva il mondo e “sposa” (per non dire altro) la ragazza di turno, che ovviamente acconsente. Un'esperienza che non necessariamente vi regalerà gioia, farà divertire o stare bene; ma che di sicuro vi lascerà qualcosa e, proprio per questa ragione, merita di essere provata.





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